Debian 8.0 Jessie è stato rilasciato

 Debian 8.0 Jessie è stato rilasciato, lines_release_image_bits_mediumin  data domenica 26 Aprile 2015!

 Desideri installarlo? Scegli il tipo di  supporto preferito tra Blu-ray, DVD, CD  e pendrive USB. Leggi il manuale di  installazione.

Se già felicemente un utente Debian e vuoi solo aggiornarlo? Ti manca solo un apt-get dist-upgrade per arrivare a Jessie! Scopri come leggendo la guida di installazione e le note di rilascio.

Per un dettaglio più preciso sulla procedura di aggiornamento, leggi qui.

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Sorgente: Bits from Debian – Debian 8.0 Jessie has been released!

Come abilitare sudo con lo stesso comportamento di Ubuntu Desktop, ad altre distribuzioni Linux.

SupermanULogo

Ubuntu linux, come molti sapranno, è stato “ritoccato” in modo tale che tutte le volte che viene richiesta una password amministrativa (come utente “root”), l’utente normale, ossia non privilegiato, tramite comando ‘sudo‘ può, inserendo la sua password personale, acquisire temporaneamente i privilegi di root per eseguire tale comando (sempre che sia stato abilitato a farlo!). Non solo: anche tutte le finestre di dialogo grafiche (sia dell’ambiente gnome e affini, che di Kde) che richiedono l’introduzione di una password per verificare i diritti di root a fronte di un’operazione di sistema (es. aggiunta di un utente, installazione di un aggiornamento, ecc.), si comporteranno alla stessa maniera, ovvero chiederanno la password dell’utente, e non quella di root.

Tant’è che nei sistemi ubuntu desktop, durante l’installazione standard, di default la password di root non viene nemmeno richiesta, in quanto verrà creato un utente iniziale che avrà già l’autorizzazione ad eseguire comandi amministrativi prefissandoli con il comando sudo.

Per applicare lo stesso funzionamento ad altre distribuzioni (ad esempio Debian), seguire i seguenti passi:

  1. aptitude install sudo
  2. su root (al momento..)
  3. visudo
    Inserire una riga nel file che assomiglia alla seguente:

    nome_utente ALL=(ALL:ALL) ALL

    sostituendo ovviamente ‘nome_utente‘ al login name del vostro utente.
    Uscire salvando il file.

  4. Al prossimo accesso, l’utente ‘nome_utente‘ avrà la possibilità, ad esempio, di eseguire il comando:
    sudo ls -la /root
    Dopo aver introdotto la sua password personale, se tutto è andato bene, gli verrà visualizzato il contenuto della cartella home dell’utente root. (In caso contrario, uscirebbe un errore, in quanto solo root, di norma, può vedere quella cartella)

Tuttavia, alla procedura descritta sopra, a mio avviso è preferibile un “ritocco”.  Per due motivi.  Il primo: avendo più utenti di sistema e qualora debbano eseguire comandi di root, sarei costretto per ciascuno di loro, inserire una riga nel file /etc/sudoers (o tramite comando ‘visudo‘), la linea che lo abilita. Secondo: In genere Debian (ma anche altre distro) ha già un gruppo definito appunto “sudo“, che è già presente a sistema, ed è già presente nella configurazione di /etc/sudoers a concedere i permessi amministrativi in caso di esecuzione di comando ‘sudo‘ a tutti i membri del gruppo stesso. Infatti se si guarda nel file visualizzato da ‘visudo‘, dovrebbe già esistere una riga simile alla seguente (se non dovesse esistere, aggiungerla):

%sudo ALL=(ALL:ALL) ALL

(Nota: il carattere ‘%’ prima del nome, significa che la direttiva si riferisce ad un gruppo, e non ad un utente).

A questo punto, è sufficiente inserire l’utente come membro del gruppo “sudo” con il seguente comando:

adduser nome_utente sudo

A quel punto, l’utente ‘nome_utente‘, potrà eseguire comandi come utente root prefissandoli con “sudo”.

Es.

sudo apt-get update


Nota: la prima volta che l’utente usa il comando “sudo”, riceverà questo output:

We trust you have received the usual lecture from the local System Administrator. It usually boils down to these three things:
#1) Respect the privacy of others.
#2) Think before you type.
#3) With great power comes great responsibility.
[sudo] password for nome_utente:


O il corrispondente messaggio in italiano.

Questa lezione dovrebbe essere stata impartita dall'amministratore di sistema locale. Solitamente equivale a:
#1) Rispettare la privacy degli altri
#2) Pensare prima di digitare
#3) Da grandi poteri derivano grandi responsabilità
[sudo] password for nome_utente:

Dal successivo utilizzo del comando, questo messaggio non verrà più visualizzato.


Comandi grafici di richiesta autorizzazioni amministrative, in ambiente Gnome e KDE.

Quanto detto sopra, imposta il sistema come desiderato utilizzando il comando sudo da linea di comando (CLI). In molte circostanze, invece, quanto un’applicazione grafica ci richiede i permessi di root tramite una dialog box via GUI, o in ambiente Gnome o Kde, il comportamento spesso è ancora quello di richiederci la password di root, e NON la nostra da normale utente.

C’è stata un po’ di confusione, nel tempo, nei vari front-end grafici come kdesu e kdesudo per KDE o gksu e gksudo per l’ambiente Gnome e affini.

Riguardo a KDE, ultimamente dovrebbero essere stati sistemati i problemi in quanto kdesu nella maggior parte dei casi, altro non è che un link simbolico a kdesudo. In altre parole, di default i front-end di KDE, all’occorrenza dovrebbe chiedere in ogni caso la password dell’utente e non quella di root. (Se così non fosse, controllare nel percorso di kdesu se è un link simbolico di kdesudo. Se cosi non fosse, rimuovere o rinominare kdesu e lanciare, da root, il seguente comando: ln -s /usr/bin/kdesudo /usr/bin/kdesu).

Diverso è invece il discorso per i front-end di Gnome: nelle ultime versioni viene rilasciato solo gksu e non gksudo, e gksudo è un link simbolico verso gksu (praticamente il contrario di quanto avviene in KDE!!). Quindi per dirgli di comportarsi come sudo (e non come su), occorre andare nei registri di Gnome tramite il comando ‘gconftool‘ (o se si preferisce, tramite front-end grafico ‘gconf-editor’), ed impartire il seguente comando:

gconftool -s /apps/gksu/sudo-mode --type=bool true

(o, se si adopera gconf-editor, scorrere nella stessa voce dell’albero apps->gksu, ed impostare il valore del registro sudo-mode a 1)

Da questo punto in avanti, anche il front-end grafico di Gnome chiederà la password dell’utente (e non più quella di root), quando richiesto, per svolgere compiti amministrativi.

Mi auguro che questo articolo possa essere di aiuto a qualcuno.

Cordialmente,
Gabriele

 

 

Timera – usa la “macchina del tempo” sulle tue foto!

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Timera è un progetto al quale mi sono avvicinato da qualche tempo, grazie al suggerimento di un amico.

Come fotoamatore “storico”, mi sono dedicato a diverse attività inerenti la fotografia nel tempo, ma questo tipo di applicazione ha veramente qualcosa di nuovo, di originale, che apporta alle proprie creazioni qualcosa di speciale, un sapore che diventa quasi mistico, con un tocco di personalità che le rendono letteralmente immagini “senza tempo”.

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Adattatore da SD SDHC (SD WiFi) a Compact Flash CF II

Nell’era dei Social network e del Cloud Computing, sappiamo benissimo quanto può essere importante avere una connessione Wifi anche nella propria fotocamera, che non sia necessariamente quella del reparto fotografico di un moderno smartphone.
Nel mondo delle reflex digitali, come molti sapranno, esistono in commercio delle memorie SD che permettono di integrare la rete WiFi anche alle fotocamere che ne sono sprovviste in modo nativo (come ad esempio le Canon EOS 6D o EOS 70D, o le Nikon D5300 o D610,  ecc).

Ora, queste schede di memoria dotate di rete WiFi sono state progettate soltanto per le moderne SD (Secure Digital) e generalmente sono anche dotate di una discreta dimensione di storage (non meno di 16Gb).

Non mi riferisco alle schede tipo Eye-Fi, che generalmente sono prive di un firmware autonomo e di conseguenza si adatterebbero solo ai dispositivi che sono predisposti con un relativo menu di gestione (vedi Canon EOS 100D, EOS 650D, ecc …), ma a quelle schede che hanno un piccolo firmware proprietario, un’intelligenza propria, e grazie a delle semplici app su dispositivi Android o iOS, o da qualunque browser (quando si è collegati in modalità internet, si veda più avanti per dettagli), si possono adattare ad apparecchi che non erano stati progettati per nulla ad avere a bordo una scheda WiFi! 😀

Io avevo aquistato questa, e mi sono trovato molto bene: TRANSCEND SDHC WIFI CLASSE 10 32GB MEMORY CARD

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L’unico neo è che scalda un tantino troppo durante l’uso intensivo, ma per il resto è molto pratica e versatile.
Si può vedere un pratico video sull’utilizzo al seguente link:

Transcend Wi-Fi SD Instruction Video

Qui il manuale in inglese.  Qui il manuale in italiano.
Qui l’eventuale aggiornamento del firmware per Windows.
Qui l’eventuale aggiornamento del firmware per Mac.

E come fare per le fotocamere che montano solo le più vetuste e ingombranti (ma pur sempre affidiabilissme) Compact Flash??

(come, ad esempio, Canon EOS 350D, 400D,  30D o anche le ammiraglie EOS 5D, EOS 1 di vecchia generazione, ecc?)

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Flickr-uploader – L’app ideale per le tue foto.

Come molti sapranno, Flickr è il servizio di Cloud Fotografico di Yahoo che consente,  registrando un account gratuito, di trasferire foto a risoluzione piena per un ammontare di 1TB di spazio (si.. avete capito bene: 1 Terabyte!  1TB = 1024 Gigabyte = 1048576 Megabyte, insomma .. tanta roba!)

Blog004-Flickr

 

E’ naturalmente possibile suddividere le immagini caricate in Album e attribuire una classificazione con categorie e valutazioni, ed impostare per ciascun album l’attributo di privacy come privato, pubblico, o selezionare solo le persone a cui e consentito accedere per la visualizzazione.

Blog003-Flickr Blog002-Flickr

 

Per i dispositivi Android, esiste l’utlissima applicazione Flickr Uploader, che consente di automatizzare in piena comodità il processo di upload automatico delle foto nel proprio account di Flickr (se siete già utenti di Yahoo, potete utilizzare il medesimo).

L’app Flickr Uploader la potete scaricare gratuitamente (in prova per 7 giorni), direttamente dal Google Play store.

Blog001-GooglePlay

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spettacolari contributi in KDE Connect | Da un blog di Albert Vaca

Spettacolari contributi in KDE Connect

Oggi stiamo rilasciando una nuova versione di KDE Connect per dispositivi Android e il Plasma desktop (KDE). Questa nuova fiammante versione, include delle simpatica funzionalità a cui hanno contribuito i maggiori sviluppatori della community KDE (e anche al di fuori della Community). Ragazzi, siete fantastici!
La prima funzionalità che vi voglio mostrare è un contributo di Ahmed Ibrahim, e ti permette di utilizzare lo schermo del tuo telefono come un touchpad per interagire con il tuo computer.  Hai un mediacenter o un’altra applicazione dove non vuoi una tastiera o un mouse sempre attacati? Con KDE Connect ti daremo la possiblità di usare il telefono come dispositivo di input wireless.

Screenshot of the touchpad plugin in Android

A tal proposito, vi domanderete come ho mandato questo screenshot dal mio telefono al mio portatile? Naturalmente ho usate la funzione “Condividi” e l’ho spedita usando KDE Connect 🙂 In questa nuova versione,  Android può anche ricevere file inviati dal computer o da altri telefoni Android. Questa funzione è stata richiesta da tempo, e finalmente è qui! Sarete in grado di mandare file da Dolphin oppure dalla nuova interfaccia a linea di comando, grazie ad Aleix Pol! Screenshot of Dolphin's integration Questa versione apporta anche molti miglioramenti. Sono stati sistemati numerosi bug e ora può girare anche su sistemi FreeBSD, grazie a Raphael Kubo. In conclusione, intendo ringraziare ancora una volta, tutti coloro che hanno contribuito inviando le loro modifiche e lo splendido team di traduzione di KDE, che ha reso KDE Connect già disponibile in 25 lingue (compreso il Catalano – che è la lingua madre dell’autore dell’artcolo originale – vedi note a piè articolo – N.d.r) KDE Connect 0.7 tarball KDE Connect 0.7 Android app su Google Play KDE Connect 0.7 Android app su F-Droid Nota: questo articolo è stato tradotto dal blog di Albert Vaca‘s: Awesome contributions to KDE Connect

Perché il vostro obiettivo economico è migliore di quanto voi crediate. (by Michele Vacchiano)

Relativamente all’articolo che ho pubblicato qualche tempo fa su questo blog, raggiungibile al link http://gabrielezappi.net/?p=11, ecco a riconferma della mia analisi, la riflessione di un amico, il fotografo Michele Vacchiano (che ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare personalmente), che riporta un articolo nel suo sito su cui mi trovo completamente d’accordo.

Ne riporto solo qualche parte fondamentale che ci tengo sottolineare. Tuttavia per leggere l’articolo completo potete cliccare QUI . Questa è una pagina del sito “Michele Vacchiano Cultural Photography“.


Perché il vostro obiettivo economico è migliore di quanto voi crediate.

……
I fotografi dilettanti che usano la reflex utilizzano prevalentemente (quasi tutti) lo zoom fornito in dotazione con la macchina, classicamente il 18-55 adottato (con poche varianti) dalle case più note.
E tutti, nessuno escluso, impugnano la reflex a mano libera, anche nell’ombra di un campiello veneziano circondato da alte mura, o sotto il tendone di un mercatino rionale.
Ovviamente senza nemmeno immaginare di attivare il flash (oggetto generalmente considerato alieno – anche quando è incorporato nella calotta della reflex – e persino un po’ temuto), perché “tanto io ho la mano ferma“.

……

Perché quelle fotografie che sembravano così limpide e squillanti sul display della reflex, e anche decisamente accettabili se visualizzate a pieno schermo sul PC, una volta portate alla dimensione dei pixel reali appaiono miseramente deludenti.

……

Così si dà la colpa alla foschia, al moiré, all’architettura del sensore, al filtro passabasso, alla mancanza di proiezione telecentrica (mavalà), o più semplicemente all’obiettivo, economico e per ciò stesso scadente.
Senza pensare, invece, alla spiegazione più ovvia, che potrebbe essere immediatamente individuata se solo si desse un’occhiata ai dati di scatto (i famosi dati Exif, per essere precisi).

……

[per continuare a leggere, clicca qui]

……
La colpa, dunque, non è dell’obiettivo, della foschia o di altre fantasiose variabili, ma del micromosso, quell’insidioso diavoletto che sempre attenta alla nitidezza delle nostre immagini quando presumiamo, sbagliando, di avere mano ferma e polso d’acciaio.
Perché il cuore pulsa, il sangue circola, e sarebbe davvero da sciocchi pensare che il nostro sistema muscolo-scheletrico possa restare immobile anche solo per una frazione di secondo!

……
Lo stabilizzatore …… Giusto per stroncare sul nascere facili quanto dannose illusioni, va detto che  il sistema è efficace solo quando i movimenti sono davvero minimi, ma anche quando il tempo di otturazione non è esageratamente lento: al di sotto del ventesimo di secondo anche lo stabilizzatore più efficace fa fatica.
……
……. diventa perfettamente inutile quando si pretende di fotografare a mano libera all’interno di una chiesa durante un weekend a Venezia!
……
……
Poi scaricate la scheda di memoria, portate le immagini al 100% e preparatevi ad erompere in un “Oooh!” di meraviglia: rispetto a prima, le vostre immagini sembreranno scattate con strumenti che non sono i vostri.
Segno che il vostro zoom economico è un obiettivo più che degno e che il problema non stava in lui, ma in voi.
[per leggere l’articolo completo, clicca qui]


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